Già in un precedente articolo “Cosa ci fa una donna nella vendita B2B?” avevo parlato della mia esperienza professionale iniziata come Export Area Manager prima, e Vice Direttore Vendite poi, in diverse realtà manifatturiere italiane con una notevole apertura ai mercati esteri. A distanza di qualche anno, noto quanto siano cambiati i mercati esteri e quanto spesso siano invece ancora old school gli approcci che le aziende hanno normalmente per fare internazionalizzazione.
Due approcci, un obiettivo
Il panorama mediamente si suddivide in due grossi filoni:
- Società che hanno un ufficio export interno
- Società che si affidano a servizi di Temporary Export Management esterni
La mia esperienza mi porta a dire che non esiste la soluzione perfetta: il risultato dipende principalmente dalla metodologia attuata.
Gli errori più frequenti
Dopo oltre 20 anni di attività, nel 2025 vedo ancora due errori ricorrenti:
- Non essere proattivi commercialmente
- Fare attività in modo casuale, senza una strategia chiara
Nonostante le statistiche dicano che le chiamate a freddo portino un ritorno tra l’1% e il 3%, l’80% delle aziende che mi contattano e si lamentano dei risultati, stanno usando proprio questo approccio.
“Io voglio aumentare la mia quota export!”
Frasi come:
- “Sto spendendo tanti soldi per un TEM che non sta portando risultati…”
- “Adesso basta! Pago solo a success fee.”
- “Nel prossimo anno voglio aumentare la mia quota export al 30% visto che ad oggi rappresenta solo il 5% vuol dire che c’è tanto margine di crescita”
…sono sempre più comuni. Ma la realtà è spesso un’altra e quello che mi piace fare in questi casi è aiutare l’imprenditore o il management a guardare un po’ di numeri
Se oggi la tua azienda, dopo 10 anni di attività fattura 2,5 Ml di € in Italia grazie a 5 commerciali, pensi sia realistico pensare di poter fatturare 750.000 e nell’arco di 12 mesi in un numero di paesi non ancora definito e dove il brand aziendale non è conosciuto con una Temporary Export Manager che lavora sul tuo progetto 1 gg a settimana facendo solo telefonate a freddo su dei data base più o meno profilati e senza avere nemmeno delle competenze specifiche di prodotto?
Questo non vuol dire investire sull’export, questo vuol dire giocare a mosca cieca e sperare di rompere la pignatta con gli occhi bendati solo perché ci si agita tanto e si spera prima o poi di centrare l’obiettivo.
Internazionalizzare davvero: cosa serve
Un’azienda che veramente vuole internazionalizzare dovrebbe avere una solida strategia di sviluppo che prenda in considerazione diversi fattori:
- Analisi dei mercati di riferimento per il proprio mix merceologico: prima di entrare in un nuovo mercato, è fondamentale comprendere le specificità del mercato stesso, il comportamento dei consumatori, la concorrenza e le normative locali.
- Scelta dei mercati da approcciare in modo mirato e graduale
- Strategia di ingresso commerciale supportata da una strategia di marketing e comunicazione mirata a supporto delle azioni commerciali. Da sempre io vedo il marketing e il commerciale come due gemelli siamesi che inevitabilmente devono sostenersi a vicenda e procedere assieme
- Gestione del rischio: gestione finanziaria prudente e valutare eventuali coperture di assicurazione del credito perché non si può pensare di lavorare solo con pagamento anticipato in Ex Works!!
- Adattamento culturale: È essenziale comprendere le differenze culturali, linguistiche e comportamentali dei nuovi mercati per evitare incomprensioni e costruire relazioni solide con i clienti e i partner locali.
- Crescita graduale con un orizzonte temporale a medio lungo termine: ci si deve mettere nell’ottica che l’arco temporale minimo per poter mettere a terra un progetto di internazionalizzazione varia dai 3 ai 5 anni e deve essere supportato da attività strategiche e da attività tattiche.
- Selezione e formazione del team commerciale: Sfatiamo il mito che per fare il commerciale estero basti parlare qualche lingua straniera e avere una buona parlantina Un bravo venditore estero non è solo un buon parlatore. Deve conoscere i prodotti, analizzare il mercato, individuare il valore aggiunto e costruire partnership solide.
Affinché l’internazionalizzazione sia un elemento di successo per un’azienda, serve un processo, non un colpo di fortuna.
Come ogni processo, richiede tempo e budget.
Secondo la mia esperienza, un investimento realistico dovrebbe prevedere un budget tra il al 10% e il 15% del fatturato desiderato, da sostenere continuativamente su un arco di almeno 36 mesi.
Conclusione
Per questo, più che un salto nel buio, l’internazionalizzazione dev’essere un percorso costruito su misura. Affidarsi a servizi specializzati in export strategy, market analysis, sviluppo commerciale e formazione significa trasformare un’idea in un piano concreto e sostenibile. Non si tratta di “vendere all’estero”, ma di costruire un’identità internazionale solida e coerente con i propri obiettivi di crescita.
Un buon partner per l’internazionalizzazione non promette risultati miracolosi, ma affianca l’azienda passo dopo passo:
- scelta dei mercati
- ricerca partner
- mappatura competitor
- struttura del team export
Perché l’export non è la gallina dalle uova d’oro. È un investimento da coltivare con metodo, esperienza e visione.
BE A FARMER NOT A HUNTER!
A cura di Emanuela Riboni – Socio fondatore di Stratagema







